Social

Un anno e mezzo fa ho avuto un rigurgito da social network. È arrivato senza gradualità, improvviso, dopo un periodo in cui li avevo utilizzati stabilmente, setacciando i commenti ai post che scrivevo, contando i like alle foto, scorrendo la home come se da lì passasse l’informazione. Allora ho smesso di usarli. Ho disinstallato le app e ho disconnesso gli accessi automatici perché il rifiuto era tale da non volerci finire nemmeno per caso. Lo strumento aveva inghiottito la funzione. Dalle bacheche di tanti “amici” avevo registrato la pratica (neppure io ne sono stato sempre immune) di aggiungere un post anche quando non avevano nulla da dire. L’assuefazione era tale che i social network avevano dismesso la funzione di veicolo e si erano fatti obbiettivo. Eravamo disposti a comunicare contenuti vuoti pur di esserci: un bisogno incomprensibile, se fossimo stati abbastanza lucidi da vedere che troppi messaggi non arrivavano davvero, nonostante le “reazioni” cliccate sotto ai post. Finanche l’autopromozione, la propaganda che si fa a volte, senza adeguate competenze, veicola i contenuti dentro cerchie ristrette, in circuiti già collegati. Nelle piazze virtuali si parla prevalentemente a se stessi, ostentando un’immagine spesso edulcorata, fuorviante, arricchita di tratti pensati per renderla appetibile. In questo Matrix del terzo millennio siamo pronti a rinnegarci, a mostrare di noi delle proiezioni, identità falsate. Ci rivolgiamo ai cari defunti, parlandogli direttamente come se fossero nascosti in un anfratto del web. Questa stravaganza si è talmente consolidata che, davanti alla circostanza, ho considerato di incidere qui anch’io un epitaffio.
Finalmente fuori dai social, si è liberata una grande quantità di tempo che prima quasi inconsapevolmente passavo al telefono, sfilandolo dalla tasca appena avevo dieci secondi liberi, rimanendoci poi più di quanto mi rendessi conto. Sugli autobus, nella sala d’attesa del dentista, in fila all’ufficio postale, disteso sul prato nei parchi ho ricominciato ad aprire libri. Non avevo mai smesso di leggere ma mi ero allontanato dai soliti quattro romanzi letti in media in un mese. Una parte del tempo liberato, poi, l’ho investito in interessi rinviati, godendomi piccoli piaceri.
Ma i social erano lì. Leggendo articoli dai portali dei giornali, cliccavo link di approfondimento e finivo su Facebook, su Twitter, su Instagram e su altre piattaforme che ignoravo del tutto. Mi indispettivo, fomentato da un’ossessione al contrario. La decisione di rimanerne lontano in preda al disgusto era diventata un principio, ma pure dietro a quel principio c’erano gli algoritmi. Dentro o fuori, altri decidevano per me, mi influenzavano. Intanto giornalisti, politici, professionisti, intellettuali e ogni genere di azienda comunicavano, comunicano, dai propri profili social. Mentre il carrozzone continuava a viaggiare, solo quando le scadenze erano già trascorse io scoprivo concerti, presentazioni di libri, dibattiti pubblici, spettacoli teatrali. Ma mi sono perso anche momenti importanti di persone che incontravo, notizie sfuggite alle conversazioni intime navigavano nel mare aperto della rete.
Se insieme formiamo le comunità, mi sono chiesto, è questa la comunità in cui preferiamo stare?
Probabilmente.

Ho speso quasi un’ora per scrivere e rileggere questo post, scegliere una foto e pubblicare tutto.
Mi mancano le ultime pagine di Giovanni Arpino, Il buio e il miele.